Laboratorio di lettura, visione e scrittura

Nomi cose città

a cura di Giorgio Vasta

Albino, Biblioteca comunale
via Mazzini, 68 tel. 035 759.001

Domenica 22 gennaio, 5 e 26 febbraio, 19 marzo 2017 - ore 9.30 -12.30
Per frequentare il laboratorio occorre iscriversi compilando il modulo disponibile qui

Ci siamo noi, con tutto quello che di noi pensiamo (tanto legittimamente quanto arbitrariamente), e ci sono le cose e le case, vale a dire gli oggetti concreti che ci circondano e che - umilissimi, persino irrilevanti - ci servono tutti i giorni, e gli spazi concreti nei quali abitiamo e che ci abitano. Nomi cose città vuole essere un modo per ragionare sulla narrazione autobiografica a partire non da ciò che d'impulso, e secondo tradizione, sta al centro dello scrivere di sé, vale a dire l'io - la propria memoria, la propria sensibilità, la propria storia - bensì da quanto di più materiale ci circonda, gli utensili che quotidianamente prendiamo in mano, le stanze che attraversiamo. Perché se una pallina da baseball - come accade in Underworld di Don DeLillo - può servire a raccontare un secolo di storia nordamericana, e se un sanatorio in cima a un'altura è un luogo sufficiente a scandire la vicenda umana di Hans Castorp in La montagna incantata di Thomas Mann, allora può aver senso considerare un'occasione narrativa tanto un posacenere quanto un corridoio, un pettine così come una sala d'aspetto, un bastone da passeggio e il giardino che si apre oltre la soglia della casa - tutto ciò che non dice "io" ma che è la materia reale della nostra esistenza; qualcosa che, come scrive Borges, "durerà più in là del nostro oblio".

22 gennaio

Che cosa possiamo intendere per autobiografia? Che cos'è, dunque, una vita umana, o meglio che cosa la rappresenta da un punto di vista narrativo? Senz'altro nel raccontare di sé la memoria gioca un ruolo centrale, ma siamo così sicuri che l'invenzione si collochi in un punto opposto? E quali sono i fatti che ha senso raccontare? Soltanto quelli che tradizionalmente vengono considerati centrali o anche quelli - o addirittura solo quelli - che invece godono di poco o di nessun credito, la vita minuta, l'irrilevante, le scorie? Nel corso del nostro primo incontro proveremo a rispondere a queste domande individuando altri modi di strutturare una narrazione autobiografica, quelli che non prevedono l'uso della prima persona singolare e del passato remoto. Non perché usare questi due strumenti non vada bene, ma perché vale la pena dare credito ad altre possibilità di racconto, e in particolare a quelle che fanno della nostra persona - del nostro amatissimo io - qualcosa che se ne sta in secondo piano e tace, lasciando parlare lo spazio e gli oggetti.

5 febbraio

In Cose trasparenti, Vladimir Nabokov avverte il lettore: ogni volta in cui ti concentri su un oggetto, uno qualsiasi, il tuo sguardo renderà quell'oggetto trasparente e allora correrai il rischio di sprofondargli dentro. In effetti - e Nabokov lo sapeva benissimo - sprofondare in un oggetto non è un rischio ma una straordinaria occasione narrativa. Perché ci consente da un lato di prendere atto della materia che lo compone - umilissima eppure radicalmente complessa - così come della sua storia, dunque dei processi tramite i quali è stato fabbricato, il suo modo di esistere nel presente, le ipotesi su quello che potrà essere il suo futuro. Il secondo incontro di Nomi cose città servirà a fare l'appello degli oggetti della nostra storia personale, considerando ogni oggetto come uno sguardo su ciò che siamo.

26 febbraio

Lo spazio "domestico" - e intendiamo tanto quello della casa quanto quello del quartiere - è stato ed è per ognuno di noi qualcosa di talmente strutturale da farci correre il rischio di darlo per scontato e di smettere di percepirlo. Che la nostra storia immobiliare sia esistita all'insegna della stabilità, vivendo sempre nello stesso luogo, o che si sia articolata in modo nomadico, passando da un trasloco all'altro, il tempo trascorso tra pavimenti soffitti e pareti delle nostra casa - o delle nostre case - è tra quelli che ci hanno maggiormente influenzato e determinato. Vale allora la pena provare a risvegliare la percezione di questo spazio - e attraverso lo spazio la percezione del tempo passato - provando a intenderlo come una specie di nostro ritratto materiale; qualcosa in cui un pianerottolo o il soggiorno si trasformano in frasi che danno luogo - è il caso di dire - a un vero e proprio racconto.

19 marzo

Anche ai più ostinatamente stanziali capita prima o poi di andare via da un luogo in cui si è abitato. Lo si svuota, si gira per le camere, si osserva sulle pareti l'impronta dei mobili o il rettangolo chiaro dei quadri che sono stati portati via, e a un certo punto, lentamente o di colpo, ci si chiude la porta alle spalle. Non importa se il nuovo spazio in cui si andrà a vivere è migliore di quello che si sta lasciando: conta solo che prendere congedo da dove si è trascorso del tempo è un piccolo trauma col quale dobbiamo fare i conti. Un'esperienza che ha direttamente a che fare con la mancanza, vale a dire con qualcosa che alle narrazioni serve da combustibile. Dall'Addio ai monti manzoniano - che in un certo senso è la matrice, nel nostro immaginario letterario, di che cosa voglia dire andarsene - fino a Breaking Bad, un itinerario all'interno dei modi in cui nelle narrazioni ce ne andiamo via: dalle case, dalle cose e anche dai nomi.